47 MORTO CHE PARLA

di Sergio Grifoni

Anche quel giorno era il 30 marzo, ma di martedì e dell’896.

Negli stanzoni sbrilluccicanti del Vaticano, il mistico silenzio aveva lasciato spazio al chiassoso vociare e al fastidioso stridìo delle corazze che fasciavano strafottenti i mistici corpi delle guardie papaline.


Il salone d’onore era sufficientemente illuminato dalle fiaccole appese qua e là sulle pareti. Quel giorno però facevano più ombre che luce. Tuffato in un ampio talare bianco, fece il trionfale ingresso Papa Formoso.Il Pontefice stava per incoronare imperatore del Sacro Romano Impero il germano Arnolfo di Carinzia, re dei Franchi Orientali.

Ma che c’azzeccava un mezzo austriaco con il nostro Impero? La colpa era degli spoletini!!!

La corona imperiale, fino a qualche mese prima, era stata di Lamberto II, Duca di Spoleto, che aveva voluto però strafare nel voler dominare i territori, arrivando fino a Benevento, e non certo perché gli piaceva la fresella o la mozzarella di bufala. Dietro di se, o forse avanti, l’ambiziosa madre Ageltrude, originaria proprio delle terre sannite, sulle sponde del fiume Calore, che ben si addiceva all’indole della donna.

Il papa Formoso, impressionato ed impaurito da tale strapotere spoletino, aveva chiesto aiuto proprio ad Arnolfo, pensando tra sé: meglio un dominatore che vive lontano, che uno che sta ad un tiro di schioppo.

Il tempo di posizionare l’incastonata corona sul capo ed Arnolfo, bello tronfio, ripartì da Roma per conquistare Spoleto.

Sarà stata l’umidità marzolina, sarà stata la lenta digestione, sta di fatto che, nei pressi di Orte, il nuovo Imperatore venne improvvisamente colto da una paralisi. Non morì, ma la baldanzosa vigoria fu sopraffatta dalla paura.

E così, volgendo le spalle al Cupolone, anziché sterzare per la Somma, proseguì per la Val di Chiana, con buona pace di Formoso.

Dopo qualche giorno, mentre la natura si risvegliava, il Pontefice si addormentò per sempre, “fatalmente” imbottito di veleno, per la disperazione della perpetua papalina e la gioia di Lamberto e Ageltrude che, manco a dirlo, si precipitarono a Roma per manipolare l’elezione del nuovo Papa.

Inizialmente la scelta ricadde su un ex prete, figlio di un Vescovo, nel passato scomunicato per condotta amorale e poi riaccreditato.

Il dieci aprile il prelato diventò Bonifacio VI ma, dopo appena due settimane, forse per aver esageratamente festeggiato a base di fegato, rognone e animelle, morì di gotta.

E così i Duchi di Spoleto, traditi dagli acidi urici del prescelto, non fecero in tempo a rientrate fra le mura spoletine, che dovettero rifare armi e bagagli e ripartire per le terre capitoline.

Per un paio di mesi passarono al setaccio tutti i “papabili”, con l’intento di proporne uno che fosse soprattutto in grado di abbassare la testa.

Gettando lo sguardo interessato verso la ciociara Anagni, si accorsero che c’era un vescovo che faceva proprio al caso loro e che, per intercessione divina, a metà giugno diventò Papa Stefano VI. Allora funzionava così.

Il nuovo Pontefice non sapeva ancora che sarebbe passato alla storia più di altri.

Infatti, Lamberto e Ageltrude, incominciarono ad intestardirsi nel voler imprimere un sigillo di infamia sul tradimento e l’oltraggio perpetrato ai loro danni dal precedente Papa Formoso, nel chiamare in suo aiuto Arnolfo.

Doveva essere processato!!!!

“Ma, è morto da otto mesi e senza la sua presenza non può esserci processo!!” – provò ad obiettare il remissivo Pontefice. “Riesumate il cadavere e processatelo!!” – l’input imperiale.

E così, all’accondiscendente Stefano, non restò altro che convocare nella basilica lateranense un sinodo straordinario di cardinali e vescovi.

Il cadavere del Papa venne vestito dei paludamenti pontifici, e deposto su un trono.

Il suo difensore d’ufficio era un giovane diacono che doveva parlare per suo conto e dire quello che nemmeno lui sapeva.

A Stefano VI invece spettò l’arringa accusatoria.

Rivolto verso la mummia, esprimendosi in dialetto ciociaro, con leggero retro suono spoletino, disse: “Perché, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma?”

Il cadavere, manco a dirlo, venne riconosciuto colpevole e condannato.

Gli vennero strappati di dosso i paramenti, recise le tre dita della mano destra con le quali i Latini solevano benedire, e con grida barbariche, venne trascinato fuori dall’aula e, fra le urla della plebaglia, gettato nel Tevere.

Il corpo mummificato percorse, per tre giorni, circa venti miglia trascinato dalla corrente del fiume, fino ad incagliarsi fra alcuni rami nei pressi di Ostia, ove venne ripescato da un monaco.

L’episodio resterà alla storia come il “Sinodo del Cadavere”. Roma popolare però si ribellò a tale scempio.

Il Papa ad ottobre venne catturato, imprigionato a Sant’Angelo e strangolato. Lamberto II, sempre ad ottobre, ma dell’anno successivo, durante una battuta di caccia, cadde fatalmente da cavallo e si ruppe l’osso del collo, facendo finire la stirpe e il potere dei Guidonidi.

La madre Ageltrude, per il dolore, si ritirò in un monastero dove terminò i suoi giorni.

Il cadavere di Papa Formoso venne invece seppellito all’interno della basilica di San Pietro, con tanto di riabilitazione. E Arnolfo?

Era stato involontariamente il portatore del triste presagio legato al processo del cadavere. Dal giorno della sua venuta in Italia, a quello della sua morte, trascorsero quarantasette giorni. E, da che mondo è mondo, il 47 è stato sempre: morto che parla!!!

Lunga vita a Papa Francesco e buona domenica a tutti

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